Apro un blog nel 2026: ne vale ancora la pena? Non perché i social non servano. Sarebbe una sciocchezza dirlo, anche perché li uso, li ho usati e continuerò probabilmente a usarli. I social hanno un’utilità evidente: permettono di incontrare persone, far girare idee, mantenere contatti, scoprire punti di vista interessanti e, ogni tanto, anche far litigare nei commenti.

Cosa mi ha stancato

Mi sono stancato di scrivere dentro spazi che sembrano pubblici, ma che in realtà sono governati da regole che cambiano senza chiederti il permesso. Oggi un contenuto gira, domani sparisce. Oggi una riflessione viene letta, domani no. Non perché sia meno interessante, ma perché un algoritmo ha deciso che quel giorno lì aveva altro da fare.

Ecco, algoritmo è una parola che ormai usiamo tutti. Anche troppo. In questo caso però mi preme usarla per quello che rappresenta: un vero e proprio intermediario, un qualcosa che si mette tra chi scrive e chi legge, decidendo cosa merita attenzione e cosa invece no. La cosa irritante è che, per provare ad aggirare questo meccanismo, abbiamo iniziato ad aggiungere altri piccoli rituali. Metti like, commenta, condividi, salva, attiva la campanella, iscriviti, segui, non perderti il prossimo contenuto. A forza di chiedere attenzione, rischiamo di rovinare tutto.

Volere la semplicità

Io non voglio che chi mi legge debba fare tutta questa tiritera digitale per trovare un pensiero, un articolo o una riflessione. Non voglio nemmeno inseguire il formato che funziona meglio in quel momento, la frase costruita per fermare lo scroll o il post scritto con l’ansia da prestazione e per creare indignazione. Vorrei una cosa più semplice: scrivere,  pubblicare e lasciare che chi ha voglia di leggere possa farlo.

Il blog nasce da questo desiderio di avere una casa digitale un po’ più tranquilla. Quindi si apro un blog nel 2026 e credo ne valga ancora la pena! Uno spazio dove poter ragionare con calma, anche su temi che non stanno bene dentro un post breve.

Quando si parla di lavoro, organizzazioni, leadership, delega, fiducia, collaborazione o cambiamento, la frase a effetto può anche essere simpatica, ma spesso non basta. Anzi, a volte fa danni. Semplifica troppo. Trasforma problemi complessi in slogan. Fa sembrare tutto più facile di quello che è.

Invece nelle aziende le cose sono quasi sempre più interessanti e più complicate.

C’è il manager che dice di voler delegare, ma poi controlla ogni dettaglio.

C’è il team che chiede autonomia, ma appena può scarica la responsabilità verso l’alto.

C’è chi parla di fiducia, ma organizza riunioni solo per verificare che gli altri stiano lavorando.

C’è chi invia una mail con scritto “urgente” e dopo tre minuti manda anche un messaggio per sapere se è arrivata.

Sono dinamiche quotidiane: a volte fanno sorridere, a volte fanno incazzare.

Il blog mi serve anche per per osservare queste scene, fermarle un attimo e provare a capirle meglio, per condividere ragionamenti, collegare esperienze, fare domande, mettere qualche parola ordinata su cose che molti vivono ma pochi hanno il tempo di nominare.

C’è poi un altro motivo.

Il motivo personale

Mi piace l’idea che chi vuole leggermi sappia dove trovarmi senza dover dipendere dal fatto che una piattaforma decida di mostrargli un mio contenuto.

Senza dover dimostrare fedeltà con un cuoricino o un pollice in su.

Senza essere costretto a iscriversi a qualcosa solo per non perdere il filo.

In pratica: chi mi ama mi segua.

Se ti interessa quello che scrivo, passi dal sito o dal canale WhatApp

Se quel giorno hai tempo, leggi. Se non hai tempo, torni un’altra volta.

Se non ti interessa, va benissimo lo stesso.

Se ti interessa sapere di più su cosa faccio e chi sono, dove trovarmi e quando trovarmi, consulti il mio LinkTree

Nessuna campanella da attivare, nessuna newsletter da accumulare tra le email non lette, nessun algoritmo da convincere, nessuna pubblicità da chiudere.

Solo un posto dove trovare quello che scrivo.

Non sarà un blog di soluzioni miracolose. Sarà piuttosto un taccuino pubblico, con riflessioni sul lavoro, sulla formazione, sui gruppi, sugli strumenti usati, sulla vera gamification, sul vero team-building e sulle stranezze che rendono le aziende luoghi faticosissimi.

Apro un blog perché ho voglia di scrivere con più libertà.

E perché, ogni tanto, uscire dal rumore non significa sparire. Significa scegliere meglio dove farsi trovare.

Ne varrà la pena?

Bho, me lo direte voi.

Ah, dimenticavo… mi avvarrò dell’intelligenza artificiale per scrivere, ideare e pubblicare…

Se vi state chiedendo ancora chi è quel tipo in alto, è Jorn Barger, la prima persona ad aprire un blog bel 1997.

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